Sant’Alfio, tra storia e legenda

La storia di San’Alfio è legata a doppio filo con quella dei suoi due fratelli Cirino e Filadefo, figli di Vitale e Benedetta. La loro famiglia visse all’epoca dell’antica Roma, quando il cristianesimo era alle origini e fu oggetto delle prime e più dure repressioni da parte delle autorità. I tre giovani, infatti, furono uccisi durante le persecuzioni volute dall’imperatore Decio e per questo proclamati santi martiri dalla Chiesa cattolica.

Il giorno a loro dedicato è il 10 maggio, giorno della loro nascita. Scopriamo però l’intera storia di questo Santo di Lentini, protettore della città. Sotto l’impero di Decio, che governò dal 249 al 251 a.C., anno della sua morte, fu emanato un editto che obbligava ogni cittadino romano ad offrire un sacrificio alle divinità romane. Chiunque si fosse rifiutato sarebbe stato condannato alla pena di morte. Le persecuzioni continuarono anche sotto Treboniano Gallo, successore di Decio, il quale inviò un plotone presso la casa patrizia di Vitale e Benedetta da Locuste con l’ordine di arrestare i loro tre figli accusati di aver violato l’editto allora in vigore professando una religione, quella cristiana, allora vietata.

Il martirio dei Santi protettori di Lentini

Alfio, Cirino e Filadelfo furono sottoposti a durissimi interrogatori senza mai mostrare alcun segno di cedimento della loro fede. Per ordine dell’imperatore furono trasferiti a Roma, dove subirono un nuovo processo conclusosi come il precedente. I tre fratelli non cedevano e, come rispetto per la loro famiglia, tra le più in vista dell’Impero, vennero nuovamente trasferiti, questa volta a Pozzuoli. Neanche qui riuscirono a piegare l’incrollabile fede di Alfio, Cirino e Filadelfo e per questo vennero nuovamente trasferiti e mandati in Sicilia. Una volta sbarcati a Messina il 25 agosto del 252, Alfio, Cirino e Filadelfo furono processati una prima volta a Taormina per essere poi spostati nell’attuale Trecastagni, alle pendici dell’Etna. Si narra che durante una sosta una donna abbia dato in dono ai fratelli tre castagne che i giovani piantarono nel terreno, di qui il nome della città. In realtà, alcuni hanno interpretato il toponimo come una reinterpretazione della frase tre casti agni, tre agnelli puri, riferito all’impeccabilità morale dei giovani. Come ultima tappa del loro travagliato viaggio, Alfio, Cirino e Filadelfo vennero condotti a Lentini. Giunsero nella cittadina il 3 settembre 252 e furono affidati ad Alessandro, vicario dell’Imperatore Tertuglio, con lo scopo di persuaderli a rinnegare la propria fede.

Durante i loro viaggi i tre fratelli avevano realizzato prodigi e miracoli, di cui molti erano a conoscenza. La voce era giunta anche a Tecla, cugina di Alessandro che viveva proprio a Lentini. La ragazza era affetta da paralisi alle gambe e fece richiesta di far visita ai giovani con lo scopo di ottenere la guarigione. Alessandro non poté fare altro che soddisfare la richiesta della cugina invalida. Tecla fu condotta dai tre fratelli, che commossi alla vista di una ragazza così giovane impossibilitata a muoversi, le assicurarono che avrebbero pregato per lei. Quella stessa notte a Tecla apparve in sogno l’apostolo Andrea che le assicurò che, grazie all’intercessione di Alfio, Cirino e Filadelfo, avrebbe riacquistato l’uso delle gambe e così fu. Al risveglio Tecla si accorse che era in grado di muoversi e camminare e volle correre subito a ringraziare i suoi salvatori. Da quel momento la giovane faceva visita ai tre ragazzi tutti i giorni portando loro cibo e conforto. L’Imperatore Tertuglio, però, accortosi dell’inflessibilità della loro fede, emanò l’ordine di esecuzione. Alfio, Cirino e Filadelfo furono costretti ad attraversare ammanettati e frustati per le vie di Lentini, esposti allo scherno della plebe inferocita. Alfio fu privato con la forza della lingua e per questo è considerato il patrono dei muti; Filadelfo fu bruciato su una graticola; Cirino fu immerso in un calderone di olio bollente. Questo avvenne il 10 maggio del 253.

Ma la foga dell’Imperatori non finì qui. I corpi dei tre giovani vennero martirizzati legandoli con funi e trascinati in una foresta. Le loro spoglie vennero gettate in un pozzo vicino alla casa di Tecla, la quale, nella notte tra il 10 e l’11 maggio, accompagnata dalla cugina Giustina e da undici servi, estrasse i corpi e diede loro degna sepoltura all’interno di una piccola grotta. Oggi in quella grotta sorge la chiesa di Sant’Alfio edificata nel 261. La città di Lentini divenne sede vescovile fino al 790. Il primo vescovo di Lentini fu Neofito, nuovo nome di Alessandro, vicario di Tertullo e cugino di Tecla, convertitosi al cristianesimo e consacrato nel 259. La storia di Alfio, Cirino e Filadelfo fu lunga e travagliata, anche dopo la loro morte. Costantino, tredicesimo vescovo di Lentini, nel 787, per paura di un’invasione mussulmana, decise, in gran segreto, di far trasferire le sacre reliquie in un luogo sicuro. Dei corpi dei tre fratelli non se ebbe più notizia fino al 22 settembre del 1516, quando alcuni operai, abbattendo un muro del monastero di Fragalà nel comune di Frazzanò, trovarono una cassetta contenente ossa umane accompagnate da un manoscritto in greco antico. Il documento venne fatto tradurre e confermò che quelli erano i resti umani dei tre giovani fratelli che erano stati martirizzati a Lentini.

A questo punto venne organizzata una solenne processione e le ossa furono deposte nella loro chiesa, sotto l’altare consacrato ai tre martiri. La notizia ben presto giunse a Catania e poi a Lentini, i cui cittadini erano intenzionati a riportare a casa i resti dei martiri, anche ricorrendo alla forza. La risposta dei monaci alla loro richiesta fu un nulla di fatto ed i cittadini di Lentini, desiderosi di avere al più presto i corpi dei propri martiri, votarono all’unanimità l’organizzazione di una spedizione per ottenere con la forza quello che non erano riusciti ad ottenere con le parole. A capo della spedizione fu posto Giovanni Musso, che con il suo esercito giunse la notte del 29 agosto 1517 presso il convento di Fragalà. Dopo un primo pacifico tentativo di contatto con i monaci e vistisi rifiutare ogni richiesta, si passò alla forza. Quando le truppe entrarono nel cortile, i monaci impauriti cedettero le spoglie dei santi protettori all’abate. Il 2 settembre 1517, ottanta cavalieri entrarono a Lentini portando la cassetta con le reliquie dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino. Questa fu consegnata ai sacerdoti della chiesa di Lentini e custodita nella Chiesa dei Martiri.

Ma questo atto non poteva essere ricordato per la violenza con cui fu compiuto. Per questa ragione i cittadini inviarono vari doni ai monaci di Fragalà e, successivamente, ottennero dal sommo pontefice Leone X la conferma della titolarità del possesso delle reliquie. Nel luogo in cui i tre santi piantarono le castagne sorse successivamente una chiesa e la località prese appunto il nome di Trecastagni. Nella chiesa madre di Lentini, ancora oggi si conserva un busto reliquiario d’argento che contiene il cuore di sant’Alfio, che, secondo la tradizione, viene portato in processione la sera del 9 maggio. Nella notte, si tiene quello che è conosciuto con il nome di giru santu, ovvero il giro santo, a cui partecipano uomini coperti solo da calzoncini bianchi che scalzi toccano correndo i luoghi legati al martirio dei tre fratelli. Durante questa processione si invocano i martiri con la tipica espressione Prima DDiu e i Santi Mattri a cui si risponde Mattri Santi. Il giorno successivo, il 10 maggio, il busto argenteo di Sant’Alfio e le reliquie vengono portate in processione per le vie della città. Le celebrazioni si concludono all’alba del 12 maggio quando il santo viene riposto nella sua cappella.

La storia e le leggende dei Santi su Lentini:

La leggenda del cavallo

All’interno della grotta di Tertullo, si possono vedere delle orme di zoccoli di cavallo. Alcuni credono siano state lasciate da un cavallo alato, nello specifico Pegaso, altri, invece, ritengono si trattasse del cavallo di Tertullo che cadde dalla sommità della grotta.

La leggenda del terremoto

Nell’abside della Chiesa di Maria della Fontana o dei Tre Santi, si trovano le statue di cera raffiguranti i Tre Santi. Secondo la leggenda, il 2 settembre 1517, le statue vennero spostate e portate fuori dall’edificio per una processione, ma nel momento i cui superarono la soglia della chiesa a Lentini si verificò un violento sisma, tanto che le statue furono immediatamente riportate all’interno della chiesa e da allora non vennero più spostate.

La leggenda della peste

Quando i Tre Fratelli giunsero a Lentini, questa era stata colpita dalla peste. Grazie alle loro preghiere la città fu guarita e, in memoria di questo evento, lasciarono delle impronte sulla roccia. Un frammento di questa roccia è ancora oggi conservato presso la chiesa di San Francesco di Paola.

La leggenda del fiume Simeto

La leggenda vuole che durante la persecuzione dei cristiani, i tre fratelli in fuga, giunti nei pressi nel fiume Simeto, vicino a Lentini, e dovendo attraversare le sue acque agitate invece di sprofondarvi, vi camminarono sopra, mentre i soldati romani che li seguivano vi annegarono.

La leggenda dei pozzi

Tra le tante leggende che circolano sulla storia dei tre Santi di Lentini, questa, forse, è l’unica che abbia delle fonti storiche certe. Si racconta che, durante il martirio dei Tre Fratelli, la lingua mozzata di Sant’Alfio cadde a terra facendo tre balzi e scavando tre pozzi. Ancora oggi nella Chiesa della Fontana vi sono tre pozzi. In occasione della Festa Patronale, uno dei pozzi viene aperto e l’acqua santa contenuta miracolosamente si innalza di livello.

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